Cha no yuProbabilmente il rito più famoso del Giappone in occidente, ma di pari passo quasi del tutto sconosciuto, il Cha no yu (letteralmente “Acqua calda per il tè“), comunemente noto da noi come Cerimonia del tè giapponese, è un rituale che trae origine dal ritorno del monaco Eisai nel suo paese dopo un periodo di pellegrinaggio in Cina, dalla quale porterà nuovi tipi di sementi della pianta nel 1191. Da questo momento inizia la vera diffusione del tè in Giappone e si sviluppa, attraverso un processo in continuo mutamento della durata di circa 4 secoli, una metodologia ben precisa per prepararlo, berlo e servirlo. Ma il cha no yu non è un semplice modo di preparare una buona tazza di tè, bensì un vero e proprio rituale Zen che si forma principalmente grazie all’opera di monaci buddisti legati a questa dottrina specifica, un’autentica filosofia di vita e di pensiero che va oltre la semplice degustazione e che riveste grande importanza culturale sia sociale che religiosa.

Storia della cerimonia del tè

Sebbene il tè faccia il suo ingresso in Giappone nell’800 importato dalla Cina, non si diffuse nel paese rimanendo relegato solo a taluni aristocratici, anche se documentazioni riportano la notizia di molte piantagioni sparse per il paese. Non ho trovato fonti che diano una spiegazione per questa sorta di stagnazione, probabilmente per scarso interesse degli autori nell’approfondire (d’altronde non avrebbe senso in testi dedicati al tè, parlare di un periodo nel quale il tè non ha alcun ruolo). Sta di fatto che il primo vero impulso alla sua diffusione è ad opera del monaco buddista Eisai Myōan (1141 – 1215), comunemente riconosciuto come fondatore della dottrina Zen Renzai. Al di là dei meriti in questo campo, quello che a noi interessa è che tra il 1187 ed il 1191 compì il suo secondo viaggio in Cina, vivendo per gran parte del periodo presso il monastero del monte Tiantai; qui ottenne l’ordinazione monastica completa, ma soprattutto imparò l’usanza di bere tè che da tempo era consuetudine dei monaci cinesi.

Raffigurazione di Eisai Myōan

Raffigurazione di Eisai Myōan

Col suo ritorno in patria, Eisai promosse l’adozione di questa bevanda all’interno del suo ordine monastico, facendo si che, come in Cina, il primo motore di diffusione fu dato dai buddisti. Oltre a trasmettere l’usanza del tè, recava con se nuove sementi che furono piantate in tre diverse località con successo, una delle quali, il distretto Uji presso Kyoto, è rinomata ancora oggi per produrre uno dei migliori tè al mondo (e dove risiede quello che probabilmente è il più antico negozio di tè). La dottrina Zen importata da Eisai si diffuse molto rapidamente in Giappone, e di pari passo l’abitudine di bere tè: dapprima all’interno dei monasteri, dove veniva preparato quotidianamente seguendo rituali ben precisi, ed in seguito alle altre classi sociali, sia quelle popolari che nell’aristocrazia e più in generale nelle classi d’elite del paese. Lo sviluppo del cha no yu inizia in questo periodo, e la cerimonia al momento è fortemente influenzata dalla cultura della dinastia Song cinese, ma poi evolve autonomamente legandosi strettamente con la filosofia Zen.

La prima vera forma di cerimonia prende il nome di Ochamori (大茶盛) e si tiene per la prima volta nel 1282 nel tempio Saidai-ji di Nara; i suoi connotati rendono omaggio agli aspetti spirituali del rito del tè e si basano sulla semplicità, ma con il continuo diffondersi tra i ceti sociali più elevati della bevanda il rito diventa prettamente mondano. Bere tè diventa un lusso, con l’utilizzo di strumenti costosi finemente lavorati (spesso importati dalla Cina) e l’uso di tè sempre più pregiati, e parallelamente si sviluppa la pratica del Tōcha (闘茶), una gara ispirata a quelle praticate in Cina durante l’epoca Song. Nella versione giapponese ci si sfidava nel riconoscere la bevanda in una degustazione alla cieca. Tutto questo porta ad una decadenza spirituale della pratica legata allo zen, fino al XV secolo.

I maestri del tè

La riscoperta dei valori originali della cerimonia, ed il loro sviluppo fino al cerimoniale ancora in voga ai nostri giorni, avviene in 3 fasi per merito di altrettanti Maestri del Tè, due dei quali non casualmente anche monaci zen. La prima vera rielaborazione avviene per mano del monaco zen Murata Shukō (1423-1502) sotto la guida del maestro Ikkyū Sōjun (1394-1481), che sviluppò il cerimoniale del chadō. Questa filosofia dà grande importanza all’armonia dell’ambiente circostante, cerca di dare un’atmosfera tranquilla di pace e rispetto, e da valore non solo al tè ma anche al servizio. Murata definisce tutta la strumentazione necessaria per svolgere il rito (di fattura semplice che richiama la cultura contadina), riduce la grandezza della stanza del tè a 4 tatami e mezzo (il tatami è la stuoia di misura standard usata in Giappone per misurare l’ampiezza delle stanze) e cerca di creare un ambito di semplicità e sobrietà, in contrasto con l’ostentazione di ricchezza del periodo che lo aveva preceduto. L’armonia ed il concetto di bellezza e natura acquistano importanza, ne è un esempio le differenze nel cerimoniale in base alla stagione in corso. Importante per la diffusione dei concetti di Murata fu Yoshimasa Ashikaga (1435-1490) ottavo shōgun dello shogunato Ashikaga. Conclusi i suoi incarichi di governo, si ritirò nel Ginkaku-ji, il Padiglione d’Argento, per trascorrere i suoi ultimi giorni, promuovendo incontri di poesia ed arti tradizionali; conosciute le pratiche ideate da Murata, ne rimase incantato e si prodigò per promuoverle nella sua residenza. Per questo motivo, tradizionalmente la nascita della cerimonia viene posta in questo luogo, e precisamente nell’unico padiglione abitativo rimasto ai giorni nostri, il Tokudo; al suo interno troviamo una piccola stanza quadrata detta Dojinsai, un prototipo di stanza di meditazione e studio per i monaci zen.

Dopo qualche anno di stasi nell’evoluzione del rito, a causa delle guerre che agitavano il paese in quel periodo, a raccogliere l’eredità di Murata è un altro monaco zen, Takeno Jōō (1502-1555); figlio di un ricco mercante della città di Sakai, passa anni di studio sulla poesia waka (和歌) ed il Kōdō (香道), la via dell’incenso, e da questi elabora il concetto di wabi-cha che poi applicherà alla cerimonia del tè. Questo termine indicava la “Sensazione di sobria desolazione data dalla privazione materiale e spirituale, ritrovabile in alcuni oggetti di fattura semplice ed imperfetta” (cit. “La via del tè“, di Livio Zanini). Takeno semplifica ulteriormente il rito, elimina gli scaffali per gli utensili che vengono disposti sul tatami e trasferisce il ro (il focolare, sul quale veniva scaldato il tè) direttamente nella stanza della cerimonia ricalcando la tradizione contadina.

Il Maestro del Tè Sen no Rikyū

Ma è con il suo discepolo, Sen no Rikyū (1522-1591), che la cerimonia si diffonde in maniera completa ed acquista la sua fisionomia definitiva. Esperto nell’arte del rito del tè già a 17 anni, fa suo il concetto del wabi-cha e lo perfeziona, dando il via a quella che ancora oggi chiamiamo Cha no yu. Rikyū apporterà sostanziali innovazioni al rito: adotta stanze del tè di ridotte dimensioni anche di due soli tatami; perfeziona la struttura del roji, il sentiero del giardino che conduce all’ingresso della stanza del tè; inventa il nijiriguki, la porticina attraverso la quale dovevano passare gli ospiti per entrare nella stanza; definisce il numero di portate del kaiseki ryori, il pasto frugale offerto prima del tè. Inoltre, fu lui a concepire la sukiya (la stanza del tè) come una struttura a parte rispetto all’abitazione principale; il termine può voler dire Dimora della Fantasia, ma anche Dimora del Vuoto o Dimora dell’Asimmetrico. La semplicità e purezza della sukiya va ricercata nel tentativo di emulare i monasteri buddisti zen; la stanza, come molti altri elementi della cerimonia, rispecchiano la dottrina zen.

Rikyū riuscirà a diffondere la cerimonia da lui elaborata a tutti i ranghi sociali della nazione, grazie anche al suo ruolo di funzionario dello shōgun prima sotto Oda Nobunaga, e poi con il suo successore Toyotomi Hideyoshi per 10 anni. Trattasi di rapporti non solo professionali ma anche di amicizia, che permetteranno di far conoscere la cerimonia anche nell’ambiente dei samurai ed in quello della corte imperiale. In particolare da ricordare un ricevimento promosso nel 1585; in quest’occasione venne presentata la cerimonia proprio davanti all’imperatore Ōgimachi, che conferirà a Rikyū il nome onorifico buddhista Rikyū Koji. Del 1587 è il ricevimento presso il Kitano Tenman-gū, in cui vennero invitate centinaia di persone di ogni estrazione sociale e consentendo ai meno abbienti l’utilizzo di riso tostato al posto del tè, prodotto più costoso. Il grande ricevimento del 1587 fu uno degli ultimi episodi dell’amicizia tra lo shogun Hideyoshi e il maestro del tè; in seguito, sfruttando l’atteggiamento poco servile di Rikyū spesso in contrasto col suo mecenate, alcuni suoi nemici lo accusarono di aver preso parte ad una congiura per avvelenare lo shōgun, tramite una tazza di tè. La sola minaccia era sufficiente per emettere la condanna a morte. Il maestro del tè ebbe solo la possibilità di morire per mano propria, tramite seppuku: il giorno prefissato, invitò i discepoli per un’ultima cerimonia del tè, ed una volta conclusa rimase con quello a lui più devoto per assisterlo nell’ultimo atto.

Nonostante il suicidio, l’arte decodificata da Rikyū fu tramandata fino ai giorni nostri, attraverso 3 scuole della famiglia Sen fondate dai suoi eredi nel corso dei secoli. La cerimonia continuò a diffondersi per mano di uno dei discepolo Furuta Oribe e di seguito a lui con Kobori Enshu, ma l’eredità di pensiero fu tramandata dal suo genero Shōan Sōjun (1546-1614) cui seguì il figlio Genpaku Sōtan (1578-1658), alla cui morte divise nel testamento i suoi beni immobili tra i suoi 3 figli (ne aveva un quarto, ma il primogenito morì); dai loro si originarono i 3 riti che ancora oggi sono in uso nella tradizione giapponese (scuole Omotesenke, Urasenke e Mushanokōjisenke). Per via della sua importanza, Rikyū viene spesso indicato come il vero fondatore della cerimonia del tè.

Taoismo e Zen

La cerimonia del tè giapponese è un’arte prettamente zen, che a usa volta ha molti lati in comune con il taoismo. Ciò vuol dire che i gesti, le forme, gli stilemi che si susseguono durante il rito hanno un preciso significato che trae origine da questa dottrina. Significa anche che per comprendere appieno il cha no yu è necessario conoscere a fondo questa forma di filosofia (non mi sento di chiamarla “religione”, termine che implica la fede in una o più entità superiori, come può essere la figura di Dio nel cristianesimo, e non è questo il caso). Senza questa base possiamo solo intaccare la superficie di questo sapere; potremmo anche capire cosa implica ogni gesto e fase della cerimonia, ma decontestualizzato dalla sua origine porterebbe solo una visione parziale, in taluni casi fuorviante.

Probabilmente dopo questa premessa, qualcuno sarà in attesa di una spiegazione esaustiva sul taoismo e lo zen: mi spiace deludere queste aspettative. Proverò a dare alcuni accenni, ma sono abbastanza ignorante in materia, e d’altronde si tratta di un campo di studio che, per quanto affascinante, è estremamente ampio e ramificato, e questo spazio web ha altre finalità. Lo scopo è quello di cercare di dare un’infarinatura di base per dare un senso al cha no yu stesso.

Ideogramma del Tao

Il concetto di base del taoismo è il Tao. Letteralmente significa Sentiero, ma spesso viene tradotto in Via, Assoluto, Legge, Natura, Ragione ed altri termini; non sono errati, in quanto il termine per i taoisti prende significati diversi a seconda del contesto. Lo studio del Tao è lo studio del mutamento, dell’evoluzione e della natura: “occidentalizzando” il concetto, è un’entità astratta dal quale tutto si origina. Trascende l’universo stesso, e lo contiene. Lao-Tzu, la più grande figura del taoismo, dice del Tao: “Con riluttanza lo chiamo infinito: infinito è fugacità, fugacità e svanire, svanire è ritornare”. In altre parole il Tao è lo spirito del mutamento cosmico, ed il suo studio è quello del passaggio, ma non solo: il Tao “originale” è immutabile, ma durante il mutamento ritorna su se stesso generando nuove forme. Immutabile eppure muta. Non a caso il simbolo prediletto dei taoisti è quello di un drago che si ritorce su se stesso. Se siete ancora con me, faccio notare che (in qualità di “pessimo narratore”) mi sono già perso.

Dal punto di vista del soggetto, il Tao è il modo di essere dell’Universo. Questo concetto in forma più “generale” si riflette sul soggetto stesso: si tratta di una dottrina individualista, dove l’Assoluto è il Relativo. Concetti come giusto o sbagliato, o più in generale un pensiero ed il suo opposto, non sono che termini relativi. Definire vuol dire “limitare”: Fisso ed Immutabile sono parole che esprimono un arresto dello sviluppo. Il taoismo ha come fulcro di studio noi stessi ed il presente: da un lato l’individualismo, dall’altro l’attimo attuale che per sua natura è in continuo cambiamento, l’infinito in mutamento e quindi legittima sfera del Relativo. Il fine ultimo del taoista è la ricerca dell’Armonia con la natura, perché attraverso questa può avvicinarsi al Tao originale, quindi il Relativo è alla ricerca dell’Armonia. L’Armonia è Arte, ed il taoismo viene definito come l’arte di stare al mondo, perché l’arte del vivere consiste nella continua ricerca dell’Armonia rispetto a quello che ci circonda. In altre parole, il taoismo cerca di trovare la bellezza in questo mondo di sofferenza ed affanni. La ricerca e la preservazione dell’Armonia, che va ottenuta attraverso la comprensione del vuoto, perché è in esso che possiamo trovare ciò che è veramente essenziale. Lao Tzu spiega questo concetto attraverso semplici metafore, come la realtà in una stanza che va ricercata nello spazio vuoto delimitato dal tetto e le pareti e non nel tetto e le pareti in sé, o l’utilità di una brocca che consiste nel vuoto nel quale l’acqua può essere versata e non nella sua forma od il materiale di cui è fatta.

Lo Zen (dottrina buddista), storicamente nato dal Buddismo Chàn sviluppatosi nella Cina meridionale, è una derivazione del taoismo, perché ne riprende i concetti e li accentua. Uno dei suoi aspetti cardini è quello della meditazione. In parole povere, un budda è colui che raggiunge il massimo stadio di Bodhi (Illuminazione secondo la traduzione occidentale) ed è il fine ultimo del monaco buddista; la meditazione è uno dei sei metodi che permette di raggiungere tale stato, e i discepoli zen sostengono che Śākyamuni (il budda storico, illuminato ancor prima di manifestarsi come tale) dava particolare importanza a questo sistema. Lo Zen recupera tutti i concetti base del taoismo espressi finora: il suo è il culto del Relativo, la verità si raggiunge dalla comprensione degli opposti, è fautore dell’individualismo: niente è reale se non quello che esiste nella nostra mente. Sono diverse le testimonianze scritte che richiamano a questo concetto. In un dialogo il taoista Sochi, mentre passeggiava lungo un fiume insieme un amico, esclamò: “Come si divertono i pesci nell’acqua”. L’amico gli chiese: “Tu non sei un pesce. Come fai a sapere che i pesci si divertono?”. Sochi rispose: “Tu non sei me. Come puoi sapere che io non so che i pesci si divertono?

Lo Zen è una dottrina fortemente astratta, dove i seguaci aspirano ad una comunicazione diretta con la natura profonda delle cose; il loro aspetto esteriore è esso stesso un ostacolo alla chiara percezione della Verità. Alcuni di loro divennero fortemente iconoclasti, nello sforzo di riconoscere Budda in se stessi piuttosto che nelle immagini e simboli. La disciplina è un concetto fondamentale, attraverso la quale si cerca di giungere alla perfezione, con ogni singola azione. In un monastero zen, l’organizzazione è tale che ogni monaco ha una particolare mansione, ed anche l’azione più insignificante deve essere svolta in modo assolutamente perfetto: in altre parole, la capacità di cogliere la grandezza anche nei minimi eventi della vita. Lo Zen, per certi versi, è la realizzazione pratica degli ideali estetici del taoismo, ed il cha no yu è un’applicazione specifica di questa filosofia.

Filosofia del Cha no yu

Presupponendo di essere stato abbastanza chiaro e preciso nell’esposizione di base sul taoismo e lo zen, torniamo al nostro argomento principale. Il Cha no yu si basa su 4 virtù, che si rispecchiano in ogni elemento, fase e gesto della cerimonia:

  1. Wa (和), ovvero Armonia. Si instaura nella relazione che intercorre tra il soggetto e gli utensili usati nella cerimonia, tra l’ospite e gli invitati, ma anche tra noi ed il passare del tempo e delle stagioni. Si ricerca distaccandosi da ogni tipo di estremismo e presa di posizione, riprendendo i concetti di una corrente buddista praticata dai cosiddetti Mādhyamika, che letteralmente significa: “Colui che segue la via di mezzo“.
  2. Kei (敬), ovvero Rispetto. La cerimonia ci insegna a portare rispetto per ogni singola cosa ed individuo che ci circonda, con un sentimento di profonda gratitudine per la loro esistenza. Lo zen è dottrina individualista, ma al tempo stesso il senso della totalità non deve mai perdersi in quella dell’individuo.
  3. Sei (清), ovvero Purezza. In altre parole, la capacità di vedere il bello in quello che ci circonda e di farlo emergere. In piena concezione Zen, dove la sfera materiale e spirituale hanno pari importanza, questo aspetto emerge soprattutto nel gesto di pulizia della stanza del tè, dove metaforicamente il soggetto “spazza” via i dubbi, le preoccupazioni ed i complessi per fare spazio al bello, l’ordine e l’armonia.
  4. Jaku (寂), ovvero Tranquillità. Fine ultimo della cerimonia, che si raggiunge attraverso l’applicazione delle prime 3 virtù. Mondati dalla preoccupazioni e raggiunto lo stato di armonia interiore, siamo finalmente pronti per prendere la nostra tazza di tè, per arrivare ad uno stato di “sublime serenità”. Una serenità interiore che raggiungiamo, ed amplifichiamo, nella compagnia di chi partecipa al rito insieme a noi.

Virtù del Cha No Yu

Svolgimento della cerimonia

Il rito del Cha no yu può presentarsi in maniera molto articolata, e nell’accezione più ampia comincia fin dalla pratica di invito degli ospiti; la cerimonia in se e per se può durare anche qualche ora, ed esistono diverse forme. Qui mi limiterò a fornire gli aspetti fondamentali nella sua forma più comune.

Come abbiamo scritto sopra, Sen no Rikyū introdusse l’uso di strutture apposite per la cerimonia del tè, dette Sukiya. Il termine non indica esclusivamente l’edificio nel quale si svolge la cerimonia vera e propria, ma comprende più strutture; come per tutto il resto, anche queste rispecchiano gli ideali della dottrina Zen. Gli invitati vengono fatti giungere nel Machiai, un portico dove rimangono in attesa dell’invito ad entrare, quindi attraversano il Roji. Noto come il giardino che unisce il machiai con la stanza vera e propria (sebbene sia più corretto parlare di “Sentiero del giardino”) simboleggia il primo stadio della meditazione; lo scopo è quello di creare sensazione di serenità e bellezza distaccandosi dalla quotidianità in cui si vive, la cui natura variava a seconda dei diversi maestri del tè, quindi in base a come è strutturato il giardino stesso. Rikyū, ad esempio, si prefiggeva l’assoluta solitudine. Possiamo essere nel cuore di una città, eppure avere la sensazione di trovarci in mezzo ad un bosco.

Percorso il roji arriviamo alla stanza vera e propria, detta Chashitsu. Si tratta di una struttura molto piccola, semplice, che ispira una raffinata povertà, che si differenzia da qualunque struttura non solo occidentale ma anche da quella classica giapponese; la sua semplicità e purezza deriva dal tentativo di emulare i monasteri Zen, ovvero un luogo di incontro per discutere e praticare la meditazione, vuoto eccezion fatta per una nicchia centrale nella quale si trova una statua di Bodhidharma. L’ingresso nella stanza degli ospiti dipende da un ordine stabilito di comune accordo nei machiai, ed avviene in rigoroso silenzio attraversando la Nijiriguki. Si tratta di una porta alta non più di un metro che impone si chinarsi per entrare: è di un gesto simbolico, indica che chiunque entra nella stanza deve portare rispetto e che chiunque prende parte alla cerimonia ha pari importanza, non importa se è un contadino od un imperatore. Ma è anche un luogo di pace, motivo per cui i samurai che prendevano parte alla cerimonia lasciavano la loro katana fuori dalla stanza.

L’interno della stanza rispecchia i concetti tipici della dottrina Zen, e non a caso il suo significato è Dimora del Vuoto: la definizione racchiude il concetto taoista della totalità, ma anche quello di continuo mutamento che si rispecchia nei motivi decorativi. La stanza è del tutto vuota, ad eccezione di quanto vi si trova temporaneamente, per soddisfare un certo stato d’animo estetico. Gli unici elementi presenti sono un Tokonoma (posto d’onore nelle stanze giapponesi, dove si dispongono dipinti e fiori), dove è possibile trovare un dipinto o più soventemente un Ikebana (composizione floreale) in tema con il periodo stagionale, al quale gli ospiti rendono omaggio una volta entrati; in alcuni casi è presente anche uno scritto eseguito da un calligrafo esperto di shodō. Troviamo infine una sorta di anticamera, la Mizuya, dove gli utensili vengono lavati e preparati prima dell’uso. La stanza deve avere un aspetto sobrio, ma anche essere perfettamente pulita, ed è studiata per accogliere non più di cinque ospiti.

Al centro della stanza troviamo il Kama, cioè il bollitore dove viene scaldato il tè. A seconda del periodo, possiamo trovare per scaldare il tè un Ro (fornace), ovvero una buca di forma quadrata ricavata su uno dei tatami (autunno od inverno), oppure un Furo (braciere) che viene appoggiato direttamente sul tatami (estate o primavera). Nel rigoroso silenzio che regna sovrano, il padrone di casa (Teishu, “Colui che perpara il tè”) prepara davanti agli invitati il tè: dopo aver portato l’acqua alla giusta temperatura, in una tazza chiamata Chawan viene aggiunto il Matcha (il tè in polvere usato per la cerimonia) tramite l’uso del Chashaku (una sorta di cucchiaio in bambù), quindi versata sopra l’acqua. Tramite il Chasen, una sorta di frullino, si mescola il tè con l’acqua, formando in tazza sulla superficie del liquido una schiuma tipica di questa preparazione. A questo punto il tè viene servito al primo ospite, che a seconda della variante ne beve solo un paio di sorsi o tutto il contenuto: nel primo caso passa poi la tazza all’ospite successivo e così via fino a tornare al padrone di casa, nel secondo viene preparata una tazza alla volta per ogni invitato.

Prima di iniziare a bere l’ospite ammira la tazza, il cui aspetto è formato da due “facce”, più precisamente è presente una decorazione su uno dei lati; il padrone di casa la passa in modo da mostrare all’ospite la parte più bella, che a sua volta ha cura di girarla per non bere dalla parte migliore, rivolgendola verso il padrone di casa. Dopo aver sorseggiato, vengono fatti i complimenti per il tè. Da protocollo, il primo che riceve il tè esclama “Osakini”, un termine per scusarsi per essere il primo a ricevere la bevanda ed avere il permesso di essere servito; esiste un vero e proprio frasario per la cerimonia, pochi e semplici termini che vengono utilizzati a seconda del momento. A seconda del tipo di cerimonia e dei tempi a disposizione, il tè può anche essere accompagnato da dei pasti.

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